vincenzoianniciello
f o t o g r a f i a
Mother Ganga, tra la vita e la morte, Anche il cristiano più ortodosso - che dovrebbe credere nella morte come inizio di una nuova vita in comunione con il Signore - auspica che questo momento arrivi il più lontano

Mother Ganga, tra la vita e la morte

Anche il cristiano più ortodosso - che dovrebbe credere nella morte come inizio di una nuova vita in comunione con il Signore - auspica che questo momento arrivi il più lontano possibile.
Per un induista invece la morte è solo la fine di una vita che ricomincia con una nuova reincarnazione, il samsara.
Il ciclo si conclude solo con il conseguimento di quello stato di grazia e di purezza rappresentato dalla liberazione da ogni desiderio materiale, il nirvana.

Ed è in questo momento che il suo più ardente desiderio diventa quello di poter morire nella città sacra per eccellenza dell’induismo, Varanasi.

Ogni giorno decine di corpi vengono cremati lungo le rive del Gange, un rituale cui oggi assistono anche centinaia di turisti appollaiati con le loro macchine fotografiche su una barca in mezzo al fiume.

Qui giungono induisti da ogni parte dell’India, talvolta anche affrontando oneri economici che vanno ben oltre le loro possibilità.

Aggirandosi nel labirintico dedalo di viuzze e vicoli della città vecchia non è raro imbattersi in un corteo funebre che, districandosi tra bancarelle, motorini, mucche e cumuli di rifiuti, si dirige verso il più antico ghat funerario con il passo svelto scandito dalla ritmo del mantra “Ram Nam Satya Hay” (il nome di Rama è ‘unica verità).

Il Manikarnika ghat è in funzione a ritmo continuo, 24 ore su 24, per tutti i giorni dell’anno.
Sono talmente tante le richieste di cremazioni che sovente le salme vengono adagiate sui gradoni in attesa del proprio turno.

Benchè a tutti gli induisti sia garantito di esser cremati sulle rive del fiume sacro, nemmeno questa ritualità è esente dai diritti e dai privilegi derivanti dall' appartenenza a una casta.
Le salme appartenute alla casta più alta del complesso sistema sociale indiano ardono sui gradoni superiori del ghat, e si digrada man mano che si scende con il livello della casta di appartenenza, fino ad arrivare sulle sponde del fiume ove vengono bruciati i corpi degli intoccabili.
Solo donne e bambini solo esclusi dalla cremazione: i loro corpi vengono legati a un masso e gettati direttamente nel fiume sul cui letto i resti andranno a sedimentarsi insieme alle carcasse delle mucche sacre.

Persino il pregio della legna usata per le pire funerarie varia a secondo del prestigio del defunto.
Alla sommità del ghat ci sono cumuli di legna di vario taglio e vario prezzo.
Una volta acquistata la legna gli addetti penseranno a sistemare la pira nel luogo più adatto mentre i portantini provvederanno a immergere il corpo esanime nelle acque del Gange quale ultimo bagno purificatore.

Nel frattempo al primogenito (o parente più prossimo) vengono rasati tutti i capelli, fatta eccezione di un solo un ciuffo nel centro del capo.
Su di lui – vestito di una tunica bianca – ricadrà l’ onere di attingere dal braciere del sacro fuoco la scintilla con cui incendierà la pira, non prima però di aver cosparso la salma di burro chiarificato e di polvere di legno di sandalo.

I parenti e gli amici si dispongono attorno alla pira mentre il corpo viene avvolto da alte lingue di fuoco da cui si diffonde un fumo nero e l’odore acre della carne bruciata che rendono l’ aria irrespirabile
La scena è surreale, pur tuttavia nessuno piange o si dispera.

La vita e la morte sono due esperienze vissute con assoluta normalità persino per i moribondi ospitati in una sorta di ospizio, un edificio di un grigio tetro affacciato proprio sulla sommità del ghat.
Si tratta di persone povere fattesi accompagnare a Varanasi proprio per morirvi serenamente.
Al loro sostentamento provvedono alcuni volontari che si prodigano in qualunque modo per reperire i fondi necessari per accompagnarli dignitosamente fino alla morte, compresa l’ elemosina.

E’ stato proprio grazie a un consistente (e, a onor del vero, non disinteressato) contributo dato alla famiglia che gestisce il ghat che ho avuto l’ esclusiva possibilità di accedervi e fotografare, cosa normalmente vietata in maniera anche assai rigorosa.

Mi sono approcciato alla ritualità con il massimo rispetto e discrezione.
Ho inizialmente provato un forte disagio nell’ essere lì, estraneo, per interferire con la mia macchina fotografica in un momento così intimo e particolare.

C’è voluto del tempo prima che realizzassi il primo scatto.
E sono stati proprio loro, i parenti dei defunti, ad abbattere quel muro di diffidenza che, in verità, mi ero creato da solo.
Anzi, erano più loro a essere incuriositi dalla mia presenza piuttosto che io dalla surreale – per me – situazione che avevo dinanzi agli occhi.

Sono stato disarmato – e non è stata la prima volta durante il mio viaggio in India – dall’ affabilità di un popolo straordinario in cui non ho mai intravisto traccia di quell’ odio, quella rabbia e quell’ indifferenza che spesso emergono dalla nostra pseudo civiltà occidentale.
Mi hanno offerto il loro masala the mentre mi parlavano della loro religione.
Si sono prestati alla mia fotografia con tranquillità e naturalezza, apprezzando la mia discrezione nel non indugiare su particolari macabri.
La completa decomposizione del corpo può richiedere anche quattro, cinque ore, dopo di che le ceneri vengono raccolte in un’ urna e restituite alla Madre Ganga, sulle cui rive, contemporaneamente, la vita continua a scorrere tra preghiere, abluzioni e meditazioni.
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