vincenzoianniciello
f o t o g r a f i a
Bangladesh, Bangladesh reportage di viaggio

Bangladesh

italiano / english

Dacca, la Venezia d'Oriente.
La capitale del Bangladesh è una delle città piu popolate, più inquinate e più trafficate del mondo.
Volendo descriverla con un solo aggettivo oserei dire che è esaggerata con due "g".
Tutto è decisamente troppo a Dacca: troppo rumore, troppe persone, troppe auto, troppi risciò e tuk-tuk (i mezzi pubblici di trasporto più economici e quindi più diffusi), troppi cavi elettrici pericolosamente penzoloni fino ad altezza uomo, troppo inquinamento, troppo sporco, troppa miseria, e come risvolto della medaglia anche troppa ospitalità, caratteristica tipica del popolo bengladeshi che però può mettere in difficoltà, specie quando non puoi sempre rifiutare ciò che ti viene generosamente offerto - the, cibo, abbracci e strette di mano - e che, a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie, può creare problemi, e io l’ho provato sulla mia pelle, anzi sul mio intestino!!!

Camminando per i suoi mercati e i suoi slum (baraccopoli prive di ogni servizio) si ha l’impressione di essere una star di Hollywood che fende la folla dei suoi fans.
I bangladeshi non sono abituati al turismo quindi vedere stranieri interessati alla loro nazione li inorgoglisce e li incuriosisce molto.
Ti scrutano dapprima con un’espressione mista tra stupore e diffidenza, ma al minimo cenno di considerazione cominciano a oscillare lateralmente il capo - e non si capisce se è un no, un si o un "ahiahiahi" - e il loro volto s’irradia di un sorriso a bocca aperta mostrando così la dentatura annerita e la lingua rossastra a causa del paan, foglie di palma di betel all’interno della quale vengono arrotolate calce in polvere e spezie che vengono prima masticate e poi sputate restituendo un effetto narcotizzante.
Timidamente poi ti chiedono in uno stentato inglese “what your country???”.
Per agevolare questo passaggio e palesare subito la mia nazionalità ho preso l’abitudine di indossare una felpa o una t-shirt con applicata all'omero o al petto una patch del tricolore italiano alla cui vista parte l’esclamazione “ohhhhhhhh Italyyyyyyyy!!!”.
E siccome oggi tutti e in tutto il mondo (o quasi) hanno uno smartphone connesso alla rete, non può mancare il selfie, che può essere individuale, di gruppo o di famiglia...e se ti concedi a uno - e devi farlo per rispetto e educazione - devi concederti a tutti!!!

La capitale è divisa in due distretti, North e South Dhaka, ciascuna con propri organi amministrativi e di governo e con diversa vocazione.
La parte nord ospita la “old town”, il “Geneva Camp” e altre baraccopoli, quella sud racchiude il distretto commerciale e uno dei mercati più grandi del sud-est asiatico, il Kawran Bazar.

Quella del mercato nei paesi asiatici è una realtà assai diversa da quella europea ove è generalmente un appuntamento calendarizzato in determinati momenti della settimana o del mese.
A quelle latitudini il mercato è il fulcro quotidiano dell’economia circolare di una città o di un villaggio nel cui ambito, a secondo della sua estensione territoriale, ve ne possono essere anche più di uno.
Ciò accade perché non esistono i classici negozi di prossimità così come sono concepiti nella cultura europea: il fruttivendolo, la macelleria, la mesticheria, il ferramenta, e men che mai i centri commerciali.
La spesa la si va a fare al mercato tutti i giorni, ed è per questo che girare all’interno di uno di essi è un esperimento antropologico assai interessante in quanto luogo di aggregazione e socializzazione.
A prescindere dalle sue dimensioni, il mercato si svolge nell’ambito di un quartiere le cui strade si trasformano in una sorta di reparti dedicati a uno specifico prodotto merceologico.
Ce quindi la strada ove ci sono solo banchi di frutta e verdura, quella dei pescivendoli, una per le coloratissime e profumatissime spezie, una per gli animali da macellazione, e altre dedicate a articoli di mesticheria, ferramenta, cianfrusaglie varie e infine oro e argento.
Al centro di questo caotico dedalo di strade ce un’area coperta al cui interno l’illuminazione varia in base al tipo di prodotto commercializzato in un settore: luci verdi per il settore degli ortofrutticoli, luci azzurre per il settore dei pescivendoli, gialle per le spezie e rosso per le macellerie, rosso come il sangue che sgorga a fiumi dai banchi ove vengono sgozzati, sezionati e disossati con disarmante naturalezza polli, capre e bovini (essendo mussulmani, l’unico animale a salvarsi da questa quotidiana carneficina è il maiale!!!).

La “old Dhaka” dovrebbe essere il centro storico, ma di storico e monumentale in questa città è rimasto poco o nulla.
Il governo sta pian piano demolendo tutti in vecchi edifici, alcuni anche di rilevanza storica, per edificare nuovi palazzoni di edilizia popolare costituiti da tanti piccoli monolocali che dovrebbero incentivare le famiglie ad abbandonare le baraccopoli che, proprio perché prive di ogni benché minimo servizio (acqua, luce e fogne), sono focolai di virus e malattie.
La città vecchia quindi altro non è che un caotico intreccio di strade e vicoli densamente e pericolosamente trafficate da persone e risciò, maleodoranti a causa dei canali fognari a cielo aperto i cui effluvi nauseabondi si mescolano agli odori speziati dello street food presente.

A dividere la città è il fiume Buriganga mentre i numerosi piccoli canali che la attraversano gli hanno valso il titolo di “Venezia d’Oriente”.

Per attraversare le due sponde, contornate da enormi ammassi di rifiuti di ogni genere, ci sono vari approdi ove stazionano piccole imbarcazioni di legno spinte a remo da un rachitico barcaiolo.
La traversata dura pochi minuti, ma possono essere molto intensi e ansiogeni perché su queste barchette grava un carico umano che va ben oltre la sua portata, al punto che la linea di galleggiamento rasenta le acque torbe e puzzolenti del fiume: basta un respiro più profondo o un movimento incontrollato per ritrovarsi in acqua a gambe all’aria.

I Cantieri Navali
Il Bangladesh ha una lunga e consolidata tradizione nell’ambito della cantieristica navale che negli anni ha assunto un sempre maggior rilievo per lo sviluppo dell’occupazione e dell’economia locale.
Cantieri navali di grande importanza sono presenti in tutte le più grandi città della nazione, da Dacca a Chittagong, passando per Barisal.

Uno dei più grandi “shipyard” della capitale si trova sulla riva del fiume Buriganga, di fronte al Sadarghat, nei pressi della Old Dhaka.
Visto dalla sponda opposta il cantiere appare come un cimitero di enormi scheletri ferrosi dall’aspetto inquietante, ma può sembrare al contempo anche un affascinante alveare di attività industriale.
È accessibile a chiunque e si sviluppa lungo la sponda del fiume ove, tra cumuli di rifiuti di ogni genere, sia plastici che vegetali, vi sono le banchine di rimessaggio che ospitano le navi in disarmo.

Ogni giorno, per un tempo di 8/10 ore, al costo giornaliero di circa cinque euro (500 taka), oltre 15.000 operai - uomini di età compresa tra i 10 e gli 80 anni - lavorano alacremente e nel totale disprezzo delle più basilari norme di sicurezza per smantellare vecchie navi e costruirne di nuove.
Ci si aggira per il cantiere tra l’odore pungente di vernice fresca, il rumore di fondo dato dall’incessante susseguirsi dei colpi di martello per rimuovere la ruggine dallo scafo, e il bagliore delle fiamme ossidriche per dissaldare le lastre d’acciaio che lo compongono.
Non si vedono mascherine ne caschi protettivi, tanto meno abbigliamento e scarpe antiinfortunistiche.
E non si vede nemmeno attrezzatura ad alta tecnologia che potrebbe facilitare il lavoro: ogni singola operazione viene eseguita esclusivamente basandosi sulla forza e le capacità degli operai!!!
Nonostante la durezza e la pericolosità del lavoro l’accoglienza è, come al solito, molto calorosa, sia da parte dei lavoratori che degli armatori.
A ridosso del cantiere si estende lo slum Char Kaliganj, un labirinto di baracche ospitanti le famiglie degli operai e piccoli laboratori artigianali per la fusione dei metalli atti alla costruzione di eliche e altre parti meccaniche che saranno utilizzate per la costruzione di nuove navi.

I Portatori di Sabbia e Carbone - Le fabbriche di mattoni.
Sulla sponda opposta del Buriganga, a qualche chilometro di distanza dai cantieri navali, nel distretto di Gabtali, a nord di Dacca, si trovano le imprese che importano sabbia e carbone da India e Pakistan.
Il materiale arriva a bordo di navi da carico che vengono scaricate a mano, mediante l’uso di ceste trasportate sulla testa, da uomini e donne il cui guadagno varia in base al numero di ceste che riescono a trasportare, per ciascuna delle quali ricevono un gettone del valore di 2 taka, ovvero 2 centesimi di euro!!!
Il carbone verrà poi trasportato presso le fabbriche di mattoni ove, anche qui, interi nuclei familiari sono dediti all’estrazione del fango, alla realizzazione dei mattoni e alla loro cottura.
Questa delicata operazione avviene all’interno di enormi vasche scavate nel suolo ove vengono impilate fino al riempimento colonne di mattoni freschi e poi coperte fino alla totale chiusura.
Sul tetto vengono infine create delle feritoie circolari necessarie per l’alimentazione del fuoco mediante il carbone.

La tintura batik
A un paio d’ore d’auto da Dacca, nel distretto di Gawsia, vi sono tanti piccoli villaggi la cui popolazione è dedita preminentemente alla lavorazione e colorazione dei tessuti mediante la tecnica “batik”.

Il batik è una tecnica decorativa per tessuti detta a riserva.
Le stoffe, meglio se bianche e di fibre naturali di origine animale (lana e seta) o vegetale (cotone e lino), vengono immerse in un bagno di colore dopo avere riservato (cioè coperto), le zone che non devono essere tinte, con cera fatta sciogliere a bagnomaria e poi lasciata raffreddare prima della tintura. Il procedimento può essere ripetuto diverse volte, riservando altre zone e tingendo con colori via via più scuri.
Questa particolarissima lavorazione viene eseguita da piccole aziende a conduzione familiare e l’intero procedimento per la realizzazione del manufatto - dalla tessitura alla colorazione - è completamente artigianale e non esclude nessun componente della famiglia, eccezion fatta per i bambini in tenera età che scorrazzano liberi per il villaggio.

Il Geneva Camp
Da quasi 50 anni, più di 300.000 Bihari vivono nelle baraccopoli di Dacca.
La più grande, nota come “Geneva Camp”, è solo uno dei 66 campi creati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) negli anni 70 per proteggere la popolazione bihari dai militanti bangladeshi.

Al momento della sanguinosa ripartizione dell’India, avvenuta nel 1947, i musulmani furono invitati a lasciare il proprio paese per recarsi in Pakistan, neo-stato di religione islamica allora diviso in una zona occidentale - attuale Pakistan - e una orientale, corrispondente all’odierno Bangladesh.

Nel 1951 circa 120 mila musulmani dello stato del Bihar, situato a nord-est dell’India e confinante con il Bangladesh, si trasferirono nel Pakistan orientale per professare liberamente la propria religione, l’Islam.
Furono inizialmente accolti con benevolenza, ma la politica linguistica del Governatore Generale Muhammad Ali Jinnah, secondo cui la lingua nazionale del Pakistan doveva essere l’urdu, creò una divisione all’interno del Paese.
Nonostante i Bangladeshi fossero di religione islamica, non parlavano urdu ma il bangla.
Fu così che non appena Muhammad Ali Jinnah impose la lingua urdu in tutto il Pakistan, la zona orientale, che reclamava una propria identità culturale e linguistica, dichiarò l’indipendenza.

Nel 1971, il Pakistan orientale divenne Bangladesh (da desh e paese, territorio del Bengala).
Dopo questi cambiamenti politici i Bihari si trovarono progressivamente isolati e chiesero asilo politico all’India, che rifiutò.
Per risolvere la questione il governo bangladeshi decise quindi di concedere ai migranti bihari la cittadinanza, ma la maggior parte non accettò chiedendo di rientrare in Pakistan.
Questa richiesta non fu mai esaudita, anzi, questi ultimi vennero sistemati nelle baraccopoli, dove risiedono ancora oggi.
Le ragioni di tale condizione risalgono alla lotta dei bangladeshi per l’indipendenza, durante la quale i Bihari supportarono apertamente il Pakistan occidentale sia dal punto di vista militare che politico.
Per questo motivo, in seguito alla nascita del Bangladesh, i migranti Bihari furono perseguitati, derubati e uccisi perché considerati alleati del nemico.
La violenza dei militanti bangladeshi nei confronti della comunità bihari raggiunse livelli così alti che la Croce Rossa Internazionale decise di creare dei campi dove i migranti potessero stabilirsi e vivere in sicurezza.

Nell’agosto del 1973, India, Pakistan e Bangladesh firmarono il “New Delhi Agree”, un accordo che, tra i diversi punti, mirava anche a trovare una soluzione al problema dei migranti Bihari.
Negli anni successivi, il Pakistan, insieme al supporto della Croce Rossa, rimpatriò circa 175 mila Bihari, lasciandone però 300 mila nei campi bangladeshi a causa della mancanza di fondi.
Da allora la situazione non è cambiata, i Bihari possiedono la cittadinanza pakistana ma il Pakistan non si adopera per il loro rimpatrio, dando la colpa alla crisi economica e politica che da anni incombe sul Paese.
Definire lo stato giuridico della comunità bihari rimane una questione complessa, il più delle volte semplificata con la denominazione di “cittadini senza stato”.
Nel contesto della partizione, i Bihari erano identificati come muhajirs, termine religioso per indicare i migranti che si recano in una terra islamica per sfuggire alla persecuzione.
Oggi non sono più muhajirs, non sono cittadini del Bangladesh in piena regola e non sono nemmeno riconosciuti come minoranza religiosa.
Non rientrano neanche nella categoria di rifugiati, né di migranti.

Nel Geneva Camp risiedono quasi 25.000 mila Bihari.
I più ricchi hanno potuto trasferirsi altrove, ma una grande parte èrimasta a vivere all’interno del campo, occupando monolocali di 7-8mq circa senza luce, acqua ne servizi igienici.
Le esigenze fisiologiche e di igiene personale, come pure il lavaggio di panni e stoviglie, avviene presso bagni e lavatoi comuni posti all’esterno del fitto e buio dedalo di vicoletti talmente stretti da rendere difficile persino lo scambio tra due persone.

In tutti questi anni, le sfavorevoli condizioni economiche non hanno permesso ai migranti di assimilarsi con la società bangladeshi.
Fino al 2000 ai Bihari non era possibile accedere all’istruzione pubblica: solo il 5% di quei 25.000 ha ricevuto un’istruzione di base.
Nella maggior parte dei casi, le famiglie della comunità bihari non possiedono risorse sufficienti per pagare le rette scolastiche e mandare i figli a scuola.
Attualmente, (r)esiste solo una scuola che offre istruzione gratuita all’interno del campo, la Junior High School, attiva dal 1974.

A causa del basso livello di educazione, tra i Bihari il tasso di disoccupazione è molto alto: la maggior parte non lavora, mentre una piccola percentuale trova impiego a giornata, solitamente nel settore dell’edilizia.
Nel 2022, il potente Primo Ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina - rieletta per il quinto mandato il 7 gennaio 2024 - ha dichiarato che si impegnerà per migliorare le condizioni di vita dei bihari che vivono nelle baraccopoli di tutto il Bangladesh, non solo a Dhaka.
Il piano proposto dal Primo Ministro prevede l’assunzione dei bihari - noti per la loro abilità nei lavori manuali - da parte delle aziende bangladeshi, le quali dovranno provvedere a una buona sistemazione per gli operai e le loro famiglie.

BARISAL

Barisal è una città portuale situata nella omonima regione del Bangladesh.
Sorge lungo il fiume Padma ed è un importante centro commerciale della regione.
E’ nota per molti suoi luoghi storici, ma è anche un effervescente centro culturale.
Durante questo viaggio ci siamo però soffermati sulla la sua storica ceramica di terracotta prodotta nei villaggi sparsi nel suo territorio.
Arrivati in città dopo una lunga ed estenuante trasferta notturna a bordo di un battello salpato da Dacca, abbiamo intrapreso una tranquilla navigazione del fiume Kirtankhola a bordo di una barca a motore.
Una piacevole e tranquilla traversata di poco più di un’ora immersi nella pace e nel silenzio della giungla assai rigogliosa e punteggiata qui e la da piccoli villaggi palafittati ove si svolgono suggestivi mercati galleggianti di frutta e verdura.

Pot Village

A circa uníora dal centro cittadino, nella località Moheshpur, si trova uno dei sopra citati “pot village” ove siamo giunti di primo mattino.
Vivendo in una delle località italiane più famose al mondo per la lavorazione della terracotta e con una secolare tradizione fornacina, sono rimasto molto affascinato nel constatare come ancora oggi, in questo posto, il ciclo produttivo Ë ancora completamente artigianale.
Piccole e buie baracche di legno ospitano uomini e donne - anche in et‡ molto avanzata - che, accovacciati, impastano, stendono e danno forma a piccoli vasi e recipienti di terracotta che vengono dapprima messi ad asciugare al sole e infine cotti in forni a legna dalla forma circolare.

I River Gypsy

I Bedey è un gruppo etnico nomade indo-ariano del Bangladesh che vive tradizionalmente lungo i fiumi minori sul Bangladesh.
Sono simili agli zingari europei, quindi viaggiano in gruppo e non rimangono mai in un posto per più di un paio di mesi.
Circa il 98% di loro vive sotto la soglia di povertà e circa il 95% dei bambini Bede non frequenta la scuola.
Fino al 2008 non erano nemmeno titolari del diritto di voto in quanto non possedevano terreni, né potevano richiedere prestiti bancari o microcredito.
Lo loro principale occupazione, se si esclude l’accattonaggio per le strade delle grandi città, consiste nella cattura, addestramento e vendita di serpenti (sono abili incantatori di rettili) e di erbe mediche dai presunti poteri magici.
Sono di religione mussulmana o induista.
Vivono a bordo di piccole imbarcazioni con il tetto fatto di pezzi di lamiera o bambù e materiali assortiti.
Normalmente su queste “case galleggianti” vive una famiglia, a volte anche allargata ai suoceri.



Risciò in Old Dhaka
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Dhaka - Sulle del Buriganga, tutti i giorni, sin dalle prime luci dell'alba al tramonto, uomini e donne scaricano intere navi di sabbia e carbone provenienti da India e Pakistan per 2 centesimi a cesta
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Dhaka - Allevatori di bovini di fanno una "doccia" dopo aver governato gli animali
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Dhaka - Geneva Camp - Tra i vicoli colorati del "Geneva Camp", una baraccopoli nel cuore di Dhaca, oltre 25.000 "bihari" vivono in condizioni precarie per assenza di acqua e luce
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Provincia di Barisal - Pot Village - Una giovane donna procede a svuotare il forno dopo la cottura dei manufatti in terracotta
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Dhaka - Slum Korail Bosti ove decine di famiglie vivono in una baraccoli in gran parte composta da baracche di lamiera
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Dhaka - slum Sat Tola Bosti - Bambini dividono un campo di calcio pergiocare ai due sport preferiti, il calcio e il baseball
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Dhaka - La raccolta degli escrementi dei bovini serve per creare, mediante essicazione al sole, combustibile per riscaldare le "case" e alimentare i fuochi per cucinare
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Dhaka - Giovane al tornio per la lavorazione del ferro
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Dhaka - Geneva Camp - In Asia gli animali sono parte integrante della vita dell'uomo perchè al contempo sono venerabili come dei (cds in India), fonte di alimentazione e di guadagno. In questa foto, una capretta si sporge educatamente fuori dalla "sua" casa per soddisfare un bisogno fisiologico
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Dhaka - Trattoria a ridosso dei cantieri di scarico dove i "sand porters" si vanno a rifocillare per la pausa pranzo
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Dhaka - Un bambino mussulmano osserva i suoi coetanei giocare a pallone
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Dkaha - Geneva Camp - Nelle piccole "case" (monolocali di 7-8mq) non esistono ne bagno ne cucina quindi questi "servizi" si svolgono all'aperto
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Dhaka - Geneva Camp - Tipica "macelleria" all'intero del campo profughi "Geneva Camp". Sulla sinistra della foto ce la stanza per il ricovero degli animali, al centro lo spazio riservato alla macellazione e a destra quello per la vendita al dettaglio
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Provincia di Barisal - Pot Village - Giovane e coloratissima ragazze si rifornisce di acqua ad un pozzo
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Ritratto di giovane bangladeshi che, sorridendo, mostra la sua dentatura macchiata dai succhi del paan
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Dkaha - Geneva Camp - Bambino mussulmano segue il richiamo alla preghera del muezzin accompagnato dal padre
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Dhaka - Slum Sat Tola Bosti
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Provincia di Dhaka - Villaggio dedito alla lavorazione dei tessuti - lino e cotone - con la tecnica batik
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Dhaka - Geneva Camp
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Dhaka - Sulle rive del Buriganga, tutti i giorni, sin dalle prime luci dell'alba al tramonto, uomini e donne scaricano intere navi di sabbia e carbone provenienti da India e Pakistan per 2 centesimi a cesta
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Dhaka - Un bambino vuole giocare con il padre nostante questi sia impegnato in un duro lavoro
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Dhaka - Geneva Camp - Un vorace felino banchetta al mercato del pesce
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Dhaka - Geneva Camp
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Provincia di Barisal - Pot Village - Anziana intenta a lavorare le terracotta per realizzare piccoli vasi e recipienti
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Barisal - Pot Village
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Barisal - Gipsy River Village - Due bambine accudiscono la propria "casa gallegginte". La prima a sinistra ha 12 anni, quella sulla barca ne ha 14, è già sposata e in attesa di un figlio.
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Dhaka - Shipyard
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Dhaka - Slum Korail Bosti - Bambini affacciati alla "finestra" della scuola
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Dkaha - Geneva Camp
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Dkaha - Geneva Camp
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Dkaha - Old Dhaka
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Provincia di Dhaka - Villaggio dedito alla lavorazione dei tessuti - lino e cotone - con la tecnica batik
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Provincia di Dhaka - Villaggio dedito alla lavorazione dei tessuti - lino e cotone - con la tecnica batik
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Bangladesh
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