Il buco dell'inferno

Spesso vengo accusato di essere pazzo, magari perché in un mondo ipocrita e codardo ove è meglio fare ciò che è opportuno piuttosto che ciò che è giusto ho il coraggio di assumermi la responsabilità delle mie azioni e di dire quello che penso senza farmi troppi problemi.
Allora mi sono chiesto, ma come ci sarei stato in un manicomio???
Così all’ alba di un giorno qualunque della primavera di qualche anno fa me ne sono andato a Volterra per dare un’ occhiata a quello che è rimasto del più grande ospedale psichiatrico d’ Italia.
Le origini di questo luogo risalgono alla fine dell’ottocento, ma il periodo di maggiore attività ebbe inizio nei primissimi anni del secolo successivo, quando la direzione sanitaria fu assunta dal dottor Luigi Scabia.
Fu anche il periodo in cui la struttura – originariamente denominata asilo dei dementi – subì un ampliamento che trasformò l’ intera area sita alla periferia della meravigliosa cittàadina toscana in un vero e proprio villaggio completamente autonomo anche sotto il profilo dell’ approvvigionamento idrico e di energia elettrica.
Ciò fu dovuto in parte all’ aumento spropositato dei pazienti che quivi giungevano da tutta la regione, ma soprattutto perché il direttore era un convinto sostenitore dell' ergoterapia, un metodo di cura basato su una serie di attività il cui fine era quello di recuperare e reinserire il paziente nella società e ciò impose la costruzione di aree di svago e socalizzazione e di laboratori artigianali ove i pazienti venivano impiegati in base alle proprie attitudini.
Pur tuttavia, non era tutto rose e fiori.
In quegli anni i cosiddetti manicomi criminali furono usati anche per liberarsi di persone scomode a livello politico, sociale e familiare.
Il padiglione Ferri costituiva la sezione giudiziaria, quella in cui venivano rinchiusi i cosiddetti pazzi criminali e fu teatro di ripetuti e feroci abusi.
In quello che era già al tempo definito il buco dell’inferno, i pazienti (o pseudo-tali) venivano internati in camere dall’ampiezza di una cella carceraria e, in quanto tali, dotate di inferriate alle finestre e di una porta con una feritoia verticale da cui si riusciva appena a vedere il corridoio.
La cintura di forza e l’elettroschock erano i più diffusi strumenti di contenimento e cura.
Il ferreo regolamento imponeva agli infermieri di sequestrare e trattenere agli atti delle cartelle cliniche la corrispondenza dei pazienti verso l’esterno, e quando la legge Basaglia decretò la chiusura dei manicomi, molti di questi documenti furono recuperati e raccolti in un volume dal titolo Corrispondenza negata.
Leggendone alcune – dai contenuti assai struggenti – si intuisce chiaramente che gli autori delle missive non erano feroci criminali bensì visionari, in qualche caso con lievi turbe psichiche, ma molti erano più semplicemente dissidenti politici o un familiare di cui liberarsi per estrometterlo dall’ asse ereditario.
Per circa un decennio un tale Ferdinando Oreste Nannetti, più noto con lo pseudonimo NOF4, è stato ospite di questo luogo.
Per wikipedia oggi egli è un artista graffitaro esponente della Art Brut, in realtà era un povero disperato malato di mente, figlio di “nn” che definiva se stesso come ingegnere astronautico e colonnello astrale.
La sua fama di artista è dovuta a una lunga serie di graffiti che ha realizzato sul muro della corte interna del padiglione utilizzando la fibbia della sua camicia di forza: numeri, sigle, riferimenti astrali e persino il profilo del carabiniere che lo arrestò per oltraggio a pubblico ufficiale.
Oggi l’ intera struttura è in totale stato di abbandono, meta di sbandati e drogati, ma le cui mura – grazie anche all’opera di un graffitaro – riescono ancora a riecheggiare i sentimenti di rabbia, solitudine, depressione e pazzia che hanno scandito il miserabile quotidiano delle oltre seimila persone che nel corso degli anni hanno varcato la soglia dell' inferno senza conoscerne le colpe.
L’ unica traccia della misera esistenza di quella gente è visibile nel cimitero dei pazzi, un piccolo appezzamento di terreno distante qualche chilometro dal villaggio, punteggiato quà e là da lapidi decrepite e quasi completamente avvolte da erbacce.
Quella che segue è il testo della lettera di un paziente del manicomio.

""21 Marzo 1901
Manicomio di San Girolamo, Volterra
Mia cara Consorte
Rispondo alla tua cara lettera da me tanto gradita
mi trovo molto contento ne legere la tua letera da mè tanto gradita
dove sento che state tutti bene.
Io sarei in perfetta salute di tornare a chasa.
No vedo lora e il momento di tornare a chasa
per abraciarvi tutti e baciarvi di chuore.
È già diverso tempo che io mi trovo in questo manicomio ricoverato,
distaccato da voialtri
dunqe prochurate quanto prima divenirmi a pigliare e portarmi i panni.
Non potete immaginare quanto brami di tornare a Cecina,
che qui mi par d’ essere in esilio.
La pazienza non mi manca, ma da un giorno, all’atro mi scapperebbe;
se non mi, facessero partire.
Stò contento, allegro, solo desidero di stare insieme, in famiglia.
Cara consorte mi raccomando a te e al mio caro fratello Robuamo
dunque non mi abbandonate sul fiore di mia vita.
Che io non vi o mai abbandonato scuserete
se qualche volta vi offeso con parole
ma il cuore è sempre amoroso con voialtri tutti quanti
ricevi tanti saluti e baci dal tuo affezionatissimo
Consorte Agapito""

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