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I Riti Settennali di Guardia Sanframondi

Etichettare l’evento di Guardia Sanframondi come una “festa” credo sia più un sacrilegio che un errore perché esso non presenta alcuno degli elementi tipici di una festa.
Benchè sia una manifestazione che si svolge ogni sette anni e nell’arco di un’intera settimana, a decorrere del primo lunedì dopo la ricorrenza dell’Assunta del 15 agosto, per le strade del piccolo borgo beneventano arroccato su una delle cime che circondano la Valle Telesina non vedrete bancarelle con dolciumi o prodotti della gastronomia locale, non troverete un’area destinata al luna park, e non troverete nemmeno un programma civile che prevede il classico concerto e l’immancabile spettacolo pirotecnico.
Quello che si pratica a Guardia Sanframondi è un rito.
La rappresentazione essenziale attraverso la quale il popolo guardiese esprime la propria secolare devozione alla Vergine Maria.
Un momento che non ammette distrazioni di carattere pagano ma che è incentrato unicamente sulla penitenza.
Una lunga serie di processioni – di penitenza e di comunione – durante le quali i fedeli dei quattro rioni paesani - Portella, Croce, Fontanella e Piazza - esprimono pentimento e devozione attraverso momenti connotati da un’ evidente spettacolarità, i Misteri, ed altri molti cruenti di reale sofferenza dovuti alla presenza dei flagellanti della Disciplina e dei Battenti.
Già dalle prime ore del mattino il Rione che dovrà recarsi in processione (la prima di penitenza, la seconda, il giorno dopo, di comunione) si popola di fedeli e figuranti intenti a prepararsi per inscenare i Misteri, la rappresentazione in costume di eventi biblici o di natura socio-politica in cui viene evidenziato il messaggio religioso secondo cui il bene trionfa sempre sul male.
Pur nella sua spettacolarità, anche la processione diventa un momento di penitenza attraverso la sofferenza se si pensa che il tutto si svolge nell’arco di 7/8 ore in condizioni ambientali e climatiche assai difficili, sia per la conformazione urbanistica del centro antico del paese (tutto in salita e discesa), sia per il caldo torrido ferragostano.
Ogni processione di penitenza viene chiusa con un lungo corteo di Disciplinanti, devoti che praticano l’autoflagellazione mediante la “disciplina”, un catena di ferro composta da tre file di lamine dello stesso metallo con la quale si percuotono violentemente la schiena con colpi scanditi dalle litanie di un’anziana signora cui i flagellanti rispondono con un “ora pro nobis”.
Le otto processioni dei rioni fanno da preludio al momento più atteso dei Riti Settennali: l’apertura della Lastra.
Nella mattinata del sabato sono il Clero e le Associazioni religiose che si recano in processione partendo dalla Chiesa dell’Annunziata fino al Santuario.
Di tutto il complesso rituale, questo rappresenta forse l’unico momento di festa per il popolo guardiese che al grido “s’è sposta Maria”, tra il tintinnio dei campanelli e l’intonazione di canti da parte dei cori rionali, abbandona la sofferenza in luogo della gioia di riavere tra di se quella Madonna che una lastra di vetro ha tenuto separata per sette lunghi anni.
La domenica è il giorno più lungo per Guardia e per tutto il circondario della Valle Telesina.
Migliaia di fedeli giungono in paese sin dalle prime ore dell’alba confondendosi tra altrettante migliaia di turisti e curiosi che accorrono da ogni parte della Campania e d’Italia.
Il paese viene blindato da un solerte servizio d’ordine che in maniera ferma e decisa si adopera affinchè tutto si svolga senza intoppi e, soprattutto, nel massimo rispetto della sacralità del momento.
Gli spazi sono assai ristretti e, una volta partita la processione generale – che vede coinvolti tutti è quattro i rioni insieme – sarà la Disciplina a far sì che il percorso sia sgombro per il transito dei Misteri e dei Battenti.
Purtroppo nella cosiddetta “era social” nemmeno le catenate e i modi bruschi e risoluti dei disciplinanti risultano efficaci contro la “selfiemania” e la “phonegrafia”.
Tutti vogliono portarsi a casa la propria immagine-trofeo.
Tutti hanno voglia di attestare in tempo reale “io c’ero”.
Tutti hanno la necessità di rimanere in contatto col mondo anche in un momento solenne come questo.
Lo stesso momento in cui centinaia di persone, in grandissima parte animante da sincera e profonda fede (alcuni - specie tra i flagellanti - semplicemente fanatici e smaniosi di protagonismo), affrontano il sacrificio di camminare per irte gradinate a piedi nudi, e la reale sofferenza di battersi a sangue: questo è il prezzo da pagare per far parte di una società tecnologicamente progredita, ma moralmente ritornata all’età della pietra.
Documentare quindi questi momenti senza incorrere nel banale e nel già visto è impresa ardua, se non impossibile (qualche bravo fotografo che ci ha provato ed è arrivato alla conclusione che i riti non sono fotografabili, ed io sono d’accordo), e non essendo avvezzo all’utilizzo di teleobiettivi o a ricorrere a mistificazioni digitali per “ripulire scene” o estrapolarne particolari, ho scelto di defilarmi dal percorso di massa nella speranza di cogliere qualche momento particolare fuori dal rituale che fosse comunque in grado di dare almeno un’ idea di quello che sono in realtà i Riti Settennali.


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